A Taxi Driver di Hoon Jang: quel taxi che fece la Storia

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Il cinema coreano degli ultimi anni sta iniziando a riflettere sempre di più sulla sua Storia recente, non priva di travagli importanti, e a portarla sul grande schermo con film che ne illustrino i punti cruciali. Così è stato per My Dictator del 2014, così è nel 2017 con A Taxi Driver (Taeksi Woonjunsa) di Hoon Jang, già regista del buon war movie The Front Line del 2011.

Ispirato ai true events del massacro di Gwangju nel non lontano 1980, quando l’esercito coreano fece strage di civili scesi in strada per protestare, in modo pacifico, contro il regime del generale Chun Doo-hwan, A Taxi Driver di Hoon Jang è stato scelto per rappresentare la Corea del Sud nella corsa agli Oscar per il miglior film straniero. E la scelta pare molto più azzeccata di altri anni.

Come “tradizione coreana” vuole, A Taxi Driver comincia con i toni allegri e scanzonati della comedy (anche un po’ stupidotta, e in questi i coreani sono quasi imbattibili), per poi virare presto verso atmosfere più drammatiche, che sfondano nel tragico solo sul passo lungo grazie ad un crescendo e un infittirsi della vicenda che sono costanti e ben dosati. Protagonista assoluto, che ritroviamo recitare con la convinzione dei vecchi tempi, è Song Kang-ho. È lui il furbo tassista al verde (proprio come il suo veicolo), vedovo e con una figlioletta a carico, che accetta di portare sulla sua sgarrupata automobile da Seoul a Gwangju (un viaggetto non da poco!) un reporter tedesco (interpretato dal bravo Thomas Kretschmann) atterrato a Tokyo per documentare cosa stia davvero accadendo nella Corea del Sud, sibillinamente descritta come placida e serena dai telegiornali del regime. I due si ritroveranno di fronte a rivolte di piazza, cariche dell’esercito, corse contro il tempo per salvarsi la pelle e l’eroismo più sano e silenzioso della gente comune.

A Taxi Driver è un’opera solida, dalla scorza dura e dolce allo stesso tempo, che sa amalgamare commedia e dramma nel migliore dei modi. Pur leggermente lungo, sa tenere alta l’attenzione dello spettatore, ricorrendo anche, come un po’ è naturale aspettarsi per una storia del genere, ad un certo “fervore all’americana”. È così che un po’ di sano patriottismo, soprattutto nell’insurrezione finale della manciata di taxi amici e solidali alla causa democratica, tinge il cinema coreano di colori cinematografici alla made in USA (a tratti sembra di vedere Argo di Ben Affleck). Ma poco conta, perché A Taxi Driver sa fare il suo dovere, ossia quello del cinema, che è anche forzare un po’ la mano per commuoverci al punto giusto al momento giusto.
Bellissima la sequenza finale in chiave documentaristica in cui il vero reporter tedesco, Jürgen Hinzpeter, morto nel 2016, racconta di come abbia tentato, purtroppo invano, fino ai suoi ultimi giorni di rintracciare quel tassista che gli ha cambiato (oltre che salvato) la vita.

A Taxi Driver di Hoon Jang: quel taxi che fece la Storia ultima modifica: 2017-12-01T17:01:56+00:00 da Tommaso Tronconi

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