Old Boy di Park Chan-wook: la recensione

Old Boy film di park chan-wook

Recensione di Old Boy di Park Chan-wook, secondo film della Trilogia della Vendetta.

Old Boy è il film che avrei voluto fare io!”. Parola di Quentin Tarantino, presidente di giuria al Festival di Cannes 2004, nell’atto di consegnare a Park Chan-wook il Gran Prix Speciale della Giuria. Secondo dei tre capitoli della Trilogia della Vendetta, liberamente tratto dal manga scritto e ideato da Tsuchiya Garon e disegnato da Minegshi Nobuaki, Old Boy è un assoluto capolavoro intorno ai temi della prigionia, della vendetta e della disperazione.

Se nel primo tassello della Trilogia della Vendetta, Mr. Vendetta (ri-leggi la recensione), il filo rosso che legava le storie e i personaggi era il corpo, veicolo di dolore e castigo attraverso le sue cicatrici e ferite, in Old Boy Park Chan-wook sposta la sua attenzione sulla psiche, facendone lo strumento principe per costruire l’intera vicenda, sospesa tra passato e presente, ricordo e realtà. La mente è lo scrigno che conserva tutti quei ricordi che il protagonista Woo-jin non riesce a cancellare, ma è anche una prigione che assume la sua massima “incarnazione” nell’ipnosi, via verso un oblio che è per lui l’unica (illusoria) via di salvezza. Inoltre, se in Mr. Vendetta la rivalsa e la violenza scaturivano in modo immediato e istintivo, chiamando il corpo ad attuare qualcosa che la mente non aveva il tempo di elaborare, in Old Boy la vendetta è ponderata a lungo, mediata e meditata nel tempo, amplificandone così la portata e l’efferatezza.

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A livello registico, diversamente dal primo capitolo della Trilogia che vedeva una certa imparzialità e fissità della macchina da presa, in Old Boy Park Chan-wook dà ampio sfogo a tutto il suo estro. La mdp è presente, partecipe, il più delle volte invadente ed invasiva nel racconto (c’è un uso persistente dello split-screen, di movimenti di macchina virtuosi e vorticosi, di lunghi piani-sequenza). Una regia pomposa e barocca però non fine a se stessa, ma perfettamente incastonata e in sintonia con la complessità della sceneggiatura.

Infine, come già in altri lavori precedenti, anche in Old Boy Park Chan-wook porta avanti la sua idea di struttura narrativa che lascia lo spettatore sempre un passo indietro rispetto al film, sempre in una condizione di subordinazione rispetto al regista e ai personaggi. Una “sudditanza” che ci tiene incollati allo schermo e ci fa provare un sotteso senso di masochistico piacere giunti ai titoli di coda.

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Old Boy di Park Chan-wook: la recensione ultima modifica: 2019-01-16T16:08:04+02:00 da Tommaso Tronconi

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