Pema Tseden: “Tutto è connesso nel Buddismo”. Intervista al regista.

Pema Tseden

Intervista di Tommaso Tronconi e Vanessa Forte.

Regista, sceneggiatore e scrittore pluripremiato a livello internazionale, il tibetano Pema Tseden è un autore importante per capire il Tibet di oggi. Lo abbiamo incontrato alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia, dove il suo ultimo film, Qiqiu (Balloon), è stato presentato in gara nella sezione Orizzonti. Ecco cosa ci ha raccontato.

L’idea alla base di Qiqiu (Balloon) è l’uso di preservativi come se fossero dei palloncini, da cui il titolo. Com’è nata questa idea?
L’idea del film è nata 7-8 anni fa quando vivevo a Pejing. Un giorno ero per strada e ho visto volare in cielo un preservativo gonfiato come se fosse un palloncino. Quest’immagine mi ha molto colpito. Ne sono rimasto così affascinato che ho pensato a come poterla usare collegandola alle vicende quotidiane del popolo tibetano. Così ho cominciato a sviluppare l’idea, unendo anche i ricordi e le storie di alcuni miei amici, e il tutto è diventato una sceneggiatura. Purtroppo, a quel tempo, vi erano delle condizioni particolari che non mi hanno consentito di girare il film immediatamente. Così ho trasformato la sceneggiatura in un romanzo che ho pubblicato e poi, quando i tempi sono maturati, l’ho ritrasformato in una sceneggiatura che è diventata questo film.

Il film comincia con una “dichiarazione politica” sul controllo delle nascite ma poi subito emerge il lato sociale-culturale. Come dobbiamo “leggere” il tuo film? Verso quale direzione?
La dichiarazione iniziale serve unicamente a dare il contesto sociale della storia. Ma attenzione: nonostante la politica del figlio unico fosse in atto negli anni ’80 e la storia sia stata invece ambientata a metà degli anni ’90, questo è uno sfondo fondamentale per il film, senza il quale non potrebbe esistere. L’altro elemento essenziale, quello che gli dà corpo, è l’essere ambientato nella regione tibetana. Qui la maggior parte delle persone crede nel buddismo, di cui uno dei più importanti precetti è che l’anima, rincarnandosi, non può mai morire. Senza questi due fattori la storia non sarebbe come è nel film.

I paesaggi potenti e immutabili che hai immortalato fanno da contraltare alla gente che invece è spinta verso una modernità che non riesce a gestire, quasi come se la realtà odierna rubasse la loro anima millenaria. Quali credi sarà la scelta del popolo tibetano? La “realtà-aereo” moderna e lontana ma che domina il loro cielo o “l’anima-palloncino” tradizionale e più vicina ma ormai sfuggitagli di mano?
Il film parla dello stato d’animo dei tibetani, dei dilemmi che devono affrontare nella vita quotidiana e che sono anche i miei interrogativi. L’aereo all’inizio del film, così come anche la motocicletta usata dal protagonista, sono proprio la rappresentazione del fatto che i tibetani vivono tra il moderno e le vecchie tradizioni. Oggi in Tibet non ci sono più cavalli. Nel buddismo c’è una massima che dice: “Quando vedi un uccello di ferro nel cielo o un verme di ferro a terra, questa è la fine del mondo”. È questo che per me, oggi, rappresenta la scelta che deve fare il mio popolo e quindi anche il suo possibile cambiamento.

Ma se ciò avvenisse, sarebbe un bene o un male?
È davvero difficile da giudicare se ciò possa essere un bene o un male. Il punto è fornire alle persone uno stile di vita conveniente e comodo. Il prezzo di ciò, però, è che un certo modo di vivere viene distrutto o scompare. Questa considerazione  mi affliggeva già in Old Dog e Tharlo. È per questo che ho dato al film un finale aperto, visto che io non ho soluzioni o risposte al dilemma. Io non so dove vola quell’aereo e non so nemmeno se la madre partorirà o no il bambino.

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Una domanda sulla scena del neo sulla schiena del figlio maggiore: è l’incontro tra corpo e sogno e tra corpo e anima. Quale parte dell’essere umano è più forte nel film, ma anche nel tuo modo di vivere?
La scena tratta del secondo elemento fondamentale del film di cui parlavo prima, cioè la reincarnazione nel buddismo. La scena enfatizza questo concetto perché mostra come la famiglia creda, proprio grazie a quel neo, che il ragazzo sia la reincarnazione di sua nonna. Nella vita reale delle persone, ad una cosa così o ci credi o non ci credi. Ecco, noi tibetani ci crediamo profondamente, fa parte della nostra vita e delle nostre convinzioni. Infatti, io stesso sono considerato la reincarnazione dello zio di mio nonno.

Quanto è importante la religione nella tua vita?
È molto importante. In altre colture si sceglie la propria religione e ci si può convertire passando da un credo ad un altro. Invece noi tibetani nasciamo con la nostra religione. Ogni cosa è legata ad essa e questo è il nostro modo naturale di vivere. Il mio nome, la mia mentalità, il mio modo di ragionare, la mia ideologia, tutto è legato alla religione. Ecco perché è così importante.

Eppure prima hai detto che hai optato per un finale aperto. Perciò, nonostante tu sia un uomo di fede, hai voluto lasciare ai tuoi personaggi la libertà di scegliere?
Esattamente. Ed ecco perché, come me, la protagonista ha deciso di non affrontare il suo dilemma scappando e bussando al tempio con la sorella minore. Io non so cosa le succederà, dato che non voglio proprio dare un finale al personaggio. E non so neanche dirti cosa sia giusto o sbagliato fare in quella situazione. Quel che so è che il palloncino rosso sfugge dalle mani dei bambini e vola via, diventando sempre più piccolo. Quindi non credo sia un finale ottimista.

Possiamo pensare a Qiqiu, Jimpa e Tharlo come ad una trilogia sull’anima, il tempo e anche il sogno?
No, io non penso lo siano. In realtà sono i miei primi tre film, Wang Drank’s Rain Boot, Old Dog e Jimpa che considero una trilogia sulla mia patria. La storia e i personaggi mostrano ciò che ha passato e in che stato è oggi la società tibetana. Invece i film che citi, dal punto di vista cinematografico, non sono fortemente connessi, non sono nemmeno stati realizzati nell’ordine in cui li avevo pensati visto che Qiqiu è stato scritto molto prima di Jimpa e quando avrei voluto girare quest’ultimo non ci sono riuscito e quindi ho realizzato Tharlo. Quindi no, non è una trilogia.

Come è stato girare con dei bambini? Come sei riuscito a spiegar loro il tema del film? Tu sei stato anche un insegnante…
Lavorare con i bambini implica il dover affrontare e girare situazione per situazione. Per questo ho dato loro una scena per volta senza raccontargli l’intera storia o di cosa parlasse davvero il film. Noi possiamo parlare del discorso cinematografico svolto sull’intensa relazione tra realtà e spiritualità, ma anche se tentassi di spiegarlo ai bambini per loro non avrebbe alcun senso. Quindi ho dato loro una serie di situazioni, ad esempio ho detto loro di fare un pallone con un preservativo, e dopo, di volta in volta,  li ho lasciati liberi di giocare con esso.

Parlaci del tuo feeling con l’attore protagonista Jimpa: è la vostra terza collaborazione, com’è lavorare ancora con lui?
Jimpa è in primis un mio amico. La prima volta che ho lavorato con lui in Tharlo era il proprietario della fattoria, ma è stato veramente così bravo che ho pensato a lui come ad un vero attore. In seguito, siccome recitare gli piaceva, ha deciso di studiare all’Accademia per poi impegnarsi in diversi film. Nel tempo ho continuato a lavorare con lui non solo perché è un bravo attore ma soprattutto perché era adatto ai ruoli dei successivi due film che abbiamo realizzato insieme. All’inizio del casting, Jimpa non era la mia unica scelta, ma lo è stata alla fine, perché non solo possedeva l’abilità per ricoprire il ruolo ma possedeva anche la giusta attitudine.

Forse perché ha un’anima particolare, affine alla tua, visto che è un poeta…
(Ridendo e tirando su tutti e due i pollici) Esatto! Sono sorpreso che voi lo sappiate! Ma è un bene che la gente, pure qui in Europa, lo conosca anche come tale!

Pema Tseden: “Tutto è connesso nel Buddismo”. Intervista al regista. ultima modifica: 2019-09-01T22:00:09+02:00 da Tommaso Tronconi

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